domenica 22 aprile 2012

Vivere nella paura



Tutte le tue paure sono un prodotto dell’identificazione.
Ami una donna e, nello stesso pacchetto dell’amore, arriva la paura: potrebbe lasciarti – ha già lasciato qualcun altro per venire con te. C’è un precedente; magari farà lo stesso con te. Hai paura, ti si annoda lo stomaco. Sei troppo attaccato.
Non comprendi un semplice fatto: sei venuto al mondo da solo; ieri eri qui da solo, senza questa donna, e andava tutto bene, non avevi lo stomaco annodato. E domani, se questa donna se ne va… a che ti serviranno i nodi allo stomaco? Sai come vivere senza di lei, e potrai esistere anche senza di lei.
La paura che le cose possano cambiare domani… Qualcuno potrebbe morire, potresti fare fallimento, ti potrebbero togliere il lavoro. Ci sono mille cose che potrebbero cambiare. Sei oberato da un numero sempre più grande di paure, e nessuna di queste è valida, perché ieri eri colmo delle stesse paure, e senza ragione. Le cose possono essere cambiate, ma tu sei ancora vivo. E l’uomo ha un’immensa capacità di adattarsi a qualsiasi situazione.
Si dice che solo l’uomo e gli scarafaggi siano dotati di questa straordinaria capacità d'adattamento. Ecco perché quando c’è l’uomo, ci sono anche gli scarafaggi, e quando ci sono gli scarafaggi trovi l’uomo. Vanno di pari passo, perché hanno qualcosa in comune. Persino in posti distanti come il Polo Nord o il Polo Sud… Quando l’uomo è arrivato in quei posti, ha scoperto subito di aver portato con sé gli scarafaggi – in perfetta salute, in grado di vivere e di riprodursi.
Se osservi in giro per il pianeta puoi vederlo: l’uomo vive in migliaia di climi diversi, situazioni politiche, geografiche, sociologiche e religiose diverse, ma riesce comunque a sopravvivere. E ha vissuto per secoli… le cose continuano a cambiare, e l’uomo continua ad adattarsi.

Non c’è nulla di cui aver paura. E se il mondo finisse? Allora finirai anche tu con esso. Pensi di poter rimanere su di un isola deserta, mentre il mondo finisce, lasciandoti tutto solo? Non preoccuparti. Avrai almeno con te qualche scarafaggio!
Se arriva la fine del mondo, qual è il problema? Questa domanda mi è stata fatta molte volte. Ma che problema c’è? Se il mondo finisce, finisce. Non crea alcun problema, perché noi non ci saremo; finiremo con esso, e non ci sarà niente di cui preoccuparsi. Sarà veramente la più grande libertà dalla paura.
Se il mondo finisce, tutti i problemi finiscono, tutti i nodi allo stomaco finiscono. Non vedo il problema. So però che tutti sono pieni di paura.
Ma la questione è sempre quella: la paura è parte della mente. La mente è vigliacca; dev’esserlo, perché non ha alcuna sostanza. È vuota, cava, e ha paura di tutto. Di base ha paura che un giorno tu possa diventare consapevole. Quella sarà veramente la fine del mondo! Non la fine di questo mondo, ma il tuo diventare consapevole, il tuo arrivare a uno stato di meditazione in cui la mente scompare. Questa è la sua paura fondamentale. A causa di questa paura, la mente tiene la gente lontana dalla meditazione, la rende nemica di persone come me che cercano di diffondere qualcosa della meditazione, un modo di essere consapevoli e di osservare. Queste persone diventano miei oppositori, e non senza una buona ragione – la loro paura è ben fondata.
Possono anche non esserne coscienti, ma la loro mente ha veramente paura di qualsiasi cosa che possa creare una maggiore consapevolezza. Quello sarà l’inizio della fine per la mente. Sarà la sua morte. Ma, per quanto riguarda te, non c’è da avere alcuna paura. La morte della mente sarà la tua rinascita, l’inizio del tuo essere realmente vivo. Dovresti essere felice, dovresti celebrare la morte della mente, perché nulla può creare una libertà più grande. Non c’è nient’altro che possa darti le ali per volare nel cielo; nulla che possa far diventare tuo il firmamento intero.
La mente è una prigione.
La consapevolezza vuol dire uscire dalla prigione – o comprendere che non eri mai stato in prigione; pensavi solo di esserci. Tutte le paure scompaiono.
Anch’io vivo nel mondo in cui vivi tu, ma non ho mai provato, nemmeno per un momento, alcuna paura, perché non c’è nulla che possa essermi tolto. Possono uccidermi, ma io potrò osservarlo mentre accade; quindi ciò che viene ucciso non sono io, non è la mia consapevolezza.
La scoperta più importante della vita, il tesoro più prezioso, è la consapevolezza. Senza di essa rimarrai necessariamente nell’oscurità, pieno di paure. E continuerai a crearne di nuove – senza fine. Vivrai nella paura, morirai nella paura, e non sarai mai capace di provare il gusto della libertà. La libertà è il tuo potenziale da sempre; avresti potuto rivendicarla in qualsiasi momento, ma non l’hai mai fatto.
La responsabilità è tua.


Osho Beyond Psychology

lunedì 9 aprile 2012


…”Gesù non ha mai saputo di essere un cristiano. Era nato ebreo, aveva vissuto da ebreo, si era proclamato ultimo profeta degli ebrei. Per questo gli ebrei lo crocifissero, perché non volevano accettare che il figlio di un falegname che cavalcava un asinello fosse il loro ultimo profeta. Li offendeva.

Quindi la resurrezione è solo una storia. Gesù fu deposto dalla croce dopo sei ore, perché per gli ebrei il sabato è il giorno consacrato a dio, e non si può lavorare. Quindi la sera del venerdì, prima del tramonto – Gesù era stato sulla croce solo per sei ore – dovettero deporlo, perché quello sarebbe stato un lavoro.

E la croce ebraica è molto primitiva, è un meccanismo antiquato. Se vuoi morire devi rimanervi appeso per almeno quarantotto ore. Hai quarantotto ore per cambiare idea; ecco perché nessuno si suicida mai con la croce ebraica, perché chi riuscirebbe a mantenere per quarantotto ore la decisione di suicidarsi? Bastano un minuto o due per dire: “Ripensiamoci un po’. Che fretta c’è? E poi ho una fame da lupo.”

Quindi dopo sei ore – e Gesù era un uomo giovane sano e robusto, aveva solo trentatré anni, – egli fuggì. Si trattava di un accordo segreto con il governatore romano. La Giudea era sotto l’impero romano. Ai romani non interessavano i problemi di Gesù. Che Gesù fosse un profeta o meno era irrilevante per loro.

Ponzio Pilato, il governatore, ebbe un colloquio con Gesù prima della crocifissione per vedere se quell’uomo doveva essere crocifisso. Egli scoprì che era del tutto innocente – forse un po’ bizzarro, visto che se ne andava in giro su un asinello, seguito da dodici idioti che lo credevano il figlio unigenito di dio, e prometteva a quegli idioti: “Avrete un posto speciale nel regno di dio.”

Ovviamente gli altri ebrei pensavano che fosse molto seccante e offensivo. Tutti ridevano dell’intera faccenda. “E questo sarebbe il vostro ultimo profeta? Si sospetta persino che suo padre non sia il suo vero padre.”

Dopo sei ore Gesù venne deposto, e il governatore romano e i suoi soldati rimasero a guardia della caverna in cui venne portato dopo essere stato deposto dalla croce. Egli lasciò che i seguaci di Gesù lo portassero fuori dalla Giudea.

Non ci fu alcuna resurrezione, perché non ci fu neppure la morte. Egli era vivo e vegeto, gli ci volle solo qualche giorno per guarire le ferite alle mani e ai piedi dov’era stato inchiodato.

Vedendo la situazione, qualunque persona intelligente non sarebbe tornata in Giudea. Anche lui andò alla ricerca della tribù perduta e finì in Kashmir. Mosè morì in Kashmir, e duemila anni dopo vi morì Gesù.

Le due tombe sono là. Gli ebrei non lo vogliono riconoscere, e neppure i cristiani, ma è così chiaro: su tutte e due le tombe l’iscrizione è in ebraico, e sulle pietre tombali sono scolpiti i due nomi: Mosè e Gesù. La famiglia che custodisce le tombe è ebrea, ed è l’unica famiglia in tutto il Kashmir che i musulmani non hanno convertito all’Islam.

Tutti gli altri ebrei furono obbligati a diventare musulmani, ma questa famiglia venne lasciata in pace, perché custodiva e proteggeva le tombe di Gesù e Mosè, e anche i musulmani accettano Mosè e Gesù come profeti.

Quindi questa famiglia è l’unica famiglia. Ma nessun papa va a visitare la tomba del povero Gesù, né i cristiani ne parlano, e gli ebrei non si preoccupano affatto di ciò che è accaduto a Mosè.”

OSHO: Isan, No Footprints in the Blue Sky, #1

sabato 24 marzo 2012

Godi della tua vita.E' Perfetta così com'è.



Il perfezionismo crea solo nevrosi, patologia e disturbi mentali. Io ti insegno a essere comune, semplice. Ti insegno ciò che è naturale. Ti dico che sei già dove stavi tentando di andare: sei proprio a casa. Non sprecare tempo a correre di qua e di là.

Ma ti hanno continuato a ripetere che devi diventare qualcosa d’altro, qualcuno – ecco perché ogni religione è contro di me, tutti i moralisti mi sono contrari. Posso capirli, se io ho ragione allora tutte le tradizioni e tutti gli insegnamenti che hanno spinto l’umanità verso qualche meta lontana sono del tutto criminali.

Perché hanno privato le persone della possibilità di vivere, della possibilità di amare, di cantare, di ballare. Della possibilità stessa, in ultima analisi, di riconoscere il divino nel qui e ora. Se non riesci a sentire il divino nella vita di tutti i giorni, non sei una persona intelligente.

Se non riesci a permeare anche le tue piccole cose con l’espressione della tua gratitudine, gioia, consapevolezza… allora sei destinato a rimanere miserabile – non solo in questa vita ma anche forse per molte altre.
Non vedo per te grosse possibilità di trovare un altro uomo come me.

Incontrerai degli insegnanti di religione, dei missionari… di quelli ne troverai a centinaia. Ma io rispetto assolutamente la tua ordinarietà.
La mia riverenza per le cose di questo mondo è assoluta: non voglio migliorarlo. Per secoli la gente lo ha reso migliore, e migliore, e migliore… e non è migliorato un bel niente. Dammi una possibilità, una sola. Smettila di tentare di diventare migliore.

E ti stupirai nel vedere come tutta l’energia che utilizzavi per migliorarti, diventi la tua danza, la tua celebrazione.

OSHO: “Om Mani Padme Hum”

giovedì 15 marzo 2012

Come scoprire se qualcuno ti ama veramente?




Ci sono tre livelli dell’individuo: il primo è la fisiologia, il corpo, il secondo la psicologia, la mente e il terzo l’essere, il sé eterno. L’amore può esistere su tutti e tre i livelli, ma avrà qualità differenti. Sul piano della fisiologia, del corpo, è solo sesso. Puoi chiamarlo amore, perché la parola ‘amore’ sembra essere bella e poetica. Il novantanove per cento delle persone chiama il sesso, amore. Il sesso è biologico, fisiologico. La tua struttura chimica, gli ormoni, tutto ciò che è materiale ne sono parte.

T’innamori di una donna o di un uomo. Sei in grado di descrivere esattamente perché questa donna ti ha attratto? Certo non riesci a vedere il suo essere, quando non hai neppure mai visto il tuo. Non riesci a vedere nemmeno la sua psicologia, perché leggere la mente di qualcuno non è un lavoro facile. Ma allora cos’hai trovato in questa donna? Qualcosa nella tua fisiologia, nella tua chimica, nei tuoi ormoni è attratta dagli ormoni della donna, dalla sua fisiologia e chimica. Questa non è una storia d’amore, è una storia di chimica.

Immagina che la donna di cui sei innamorato va dal dottore per cambiare sesso e si fa crescere barba e baffi. L’amerai ancora? Non è cambiato nulla, solo la chimica, gli ormoni. Ma dov’è andato a finire l’amore?

Solo l’uno per cento delle persone va un po’ più in profondità. Poeti, pittori, musicisti, danzatori, cantanti possono percepire qualcosa che va oltre il corpo. Possono sentire le bellezze della mente, le sensibilità del cuore, perché vivono su questo piano.

Questa è una legge fondamentale: qualunque sia il livello a cui vivi, non puoi vedere oltre quel livello. Se vivi nel corpo, se pensi di essere solo corpo, puoi essere attratto solo dal corpo di qualcuno. Questo è lo stadio fisiologico dell’amore. Ma un musicista, un pittore, un poeta, vivono su un piano diverso. Non pensano, sentono. E, vivendo nel cuore, possono sentire il cuore dell’altra persona. Di solito questo viene chiamato amore – è un fenomeno raro. Ma è al massimo l’uno per cento dei casi, accade solo una volta ogni tanto.

Come mai non accade che molte persone si spostino verso questo secondo livello, che è così affascinante? C’è un problema: tutto ciò che è bello, è anche molto delicato. Non è un pezzo di ferro, è fatto di vetro molto fragile. Quando uno specchio cade e si rompe, non c’è modo di rimetterlo insieme. La gente ha paura di coinvolgersi troppo, quando raggiunge gli strati delicati dell’amore, perché a quello stadio l’amore è bellissimo ma ti può anche trasformare in modo radicale.

I sentimenti non sono come pietre, ma come rose. Una rosa di plastica ci sarà sempre, potrai lavarla ogni giorno e sarà sempre fresca. Puoi aggiungerle un profumo francese; se il colore sbiadisce, la puoi ridipingere. La plastica è una delle cose più indistruttibili che esistano al mondo, è stabile, permanente. È per questo che la gente si ferma al livello fisiologico: è superficiale, ma è anche stabile.

Si sa che poeti e artisti s’innamorano quasi tutti i giorni. Il loro amore è come una rosa. Quando c’è, è fragrante, viva, danza nel vento, nella pioggia, nel sole, affermando la sua bellezza. Ma alla sera può essere già scomparsa, e non c’è nulla che si possa fare per impedirlo. L’amore che nasce nel cuore è come una brezza che entra nella tua stanza, portando la sua freschezza, e poi scompare. Non puoi stringere il vento nelle tue mani.

Sono pochissimi quelli che sono così coraggiosi da vivere momento per momento, continuando a cambiare la loro vita. La maggior parte decide di entrare in un amore su cui si possa fare affidamento. Non so che amore conosci tu – probabilmente quello del primo tipo o magari del secondo. La tua paura è che, se raggiungi il tuo essere, cosa accadrà all’amore? Scomparirà sicuramente – ma non sarà una perdita per te. Nascerà un nuovo tipo d'amore, un fenomeno che accade forse a una persona su un milione. Quest'amore può solo essere chiamato amorevolezza.

Il primo amore dovrebbe essere chiamato sesso, il secondo amore, il terzo dovrebbe essere chiamato amorevolezza – una qualità, non indirizzata a nessuno in particolare, che non è possessiva e non permette a nessun altro di possederti. Questa qualità di amorevolezza è una rivoluzione così radicale che è difficile persino concepirla.

Dei giornalisti mi hanno chiesto: “Come mai qui ci sono tante donne?”. La domanda è rilevante; i giornalisti sono rimasti scioccati dalla mia risposta. Ho detto loro: “Io sono un uomo”. Mi hanno guardato, increduli. Ho continuato: “È naturale che ci siano molte più donne che uomini, per il semplice motivo che tutto ciò che queste donne hanno conosciuto nella loro vita è il sesso, o in casi rari, qualche momento d’amore. Non hanno mai provato il gusto dell’amorevolezza. Persino gli uomini qui sviluppano molte qualità femminili che erano state represse nella società esterna”.

Fin dall’inizio si dice al bambino: “Sei un bambino, non una bambina. Comportati da maschio!Le lacrime vanno bene per le femmine, non per te”. Quindi ogni bambino reprime le sue qualità femminili. Ma tutto ciò che è bello è femminile, quindi alla fine ciò che resta è solo un animale, barbaro, la cui unica funzione è quella di riprodursi. E non si permette alla bambina di avere a che fare con le qualità maschili. Se vuole arrampicarsi su un albero, viene subito fermata, le si dice: “Questo è per i maschi, non per le femmine!”. Strano, se la bambina desidera arrampicarsi, è prova sufficiente del fatto che dovrebbe esserle permesso.

Tutte le società hanno creato vestiti diversi per gli uomini e per le donne. Questo non è giusto perché ogni uomo è anche una donna. Nasce da due sorgenti: il padre e la madre; entrambi hanno contribuito al suo essere. E ogni donna è anche un uomo. In questo modo abbiamo distrutto entrambi. La donna ha perso tutto il coraggio, lo spirito d’avventura, le capacità logiche e razionali, perché si pensa che queste siano doti maschili. E l’uomo ha perso grazia, sensibilità, compassione, gentilezza. Entrambi sono stati dimezzati. Questo è uno dei più grandi problemi che dobbiamo risolvere – almeno per quanto riguarda la nostra gente.

I miei sannyasin devono essere entrambe le cose: metà uomo e metà donna. Questo li arricchirà, perché avranno tutte le qualità degli esseri umani, non solo una metà. Al livello dell’essere, la fragranza è quella dell’amorevolezza. I giornalisti mi hanno chiesto: “Ami Sheela?”. Io ho risposto: “Certo, ma amo tante donne delle quali non conosco nemmeno il nome. E non solo donne, amo anche tanti uomini, perché anche loro sono per metà donne”. Tra un milione di sannyasin in tutto il mondo, non posso puntare il dito verso una persona e dire: “Questa è la persona che amo”. Posso solo affermare: “Amo”. Il mio amore è a disposizione di chiunque sia pronto a riceverlo. Non aver paura. La tua è una paura giusta: ciò che ora chiami amore scomparirà, ma al suo posto scoprirai qualcosa d’immenso, d’infinito. Sarai in grado di amare senza attaccamenti. Potrai amare tante persone, perché amarne solo una vuol dire rimanere poveri. Una persona può dare una certa esperienza dell’amore, ma se ne ami tante…

Ti sorprenderà scoprire che ogni persona ti dà una nuova emozione, una nuova canzone e una nuova estasi. Per questo sono contrario al matrimonio. Nella mia visione, i matrimoni nella comune dovrebbero essere dissolti. La gente può vivere insieme tutta la vita, se lo desidera, ma non per una necessità legale. La gente dovrebbe muoversi, avere il maggior numero possibile d’esperienze d’amore. Non dovrebbero essere possessivi: la possessività distrugge l’amore. E non dovrebbero farsi possedere, perché anche questo distrugge l’amore.

Tutti gli esseri umani sono degni di essere amati. Non si deve rimanere legati a una persona per tutta la vita. Questa è una delle ragioni per cui dovunque vai, la gente ha un’aria così annoiata. Perché non possono ridere come te? Perché non possono danzare come te? Sono legati da catene invisibili: il matrimonio, la famiglia, il marito, la moglie, i figli. Sono oberati da doveri di ogni tipo, da responsabilità e sacrifici. E tu vorresti che ridessero, danzassero e fossero felici? Stai chiedendo l’impossibile. Rendi le persone libere, non possessive; tuttavia questo può accadere solo se nella meditazione arrivi a scoprire il tuo essere. Non è qualcosa che puoi praticare.

Non ti sto dicendo di andare da qualche altra donna stasera solo per fare pratica. Questo non ti darà nulla, e potresti anche finire col perdere tua moglie. La mattina dopo sembrerai sciocco. Non è questione di fare pratica, ma di scoprire il tuo essere. Con la scoperta dell’essere, arriva come conseguenza la qualità dell’amorevolezza impersonale. Allora ami, semplicemente. E questa qualità continua a diffondersi. Prima agli esseri umani, poi agli animali, agli alberi, alle montagne e alle stelle. Arriva un giorno in cui l’esistenza intera è la tua amata. È il nostro potenziale; chi non lo realizza, spreca la sua vita.

Sì, ci sono cose che dovrai perdere, ma sono cose senza valore. Il guadagno sarà così grande che non penserai nemmeno a ciò che hai perso. Un’amorevolezza pura e impersonale che può penetrare nell’essere di chiunque – questo è il risultato della meditazione, del silenzio, del tuffarsi in profondità all’interno del proprio essere. Io sto semplicemente cercando di persuaderti: non aver paura di perdere ciò che hai.


Osho, From Death to Deathlessness, Chapter 17

venerdì 9 marzo 2012

Il modello dell'Analisi Transazionale




Queste note esprimono considerazioni del tutto personali vale a dire che non trovano sostegno in alcun testo o, più esattamente, non so, allo stato attuale, se vi siano opere di Analisi Transazionale in cui sia possibile trovare connessioni con quanto da me di seguito affermato.

Inoltre non è mio intenzione definire una scala di valori sui cui collocare, da una parte, gli Stati dell’Io e, dall’altra, il modello Es-Io-Super Io. Mi limito ad esporre quella che a mio avviso è una significativa differenza tra i due paradigmi.

Prima di passare al nocciolo della questione, esaminiamo rapidamente il concetto di Stato dell’Io.

Stati dell’Io: struttura e funzione

Secondo l’A.T. la struttura della personalità è costituita da tre dimensioni denominate Stati dell’Io.

Per tali si intendono insiemi coerenti di pensieri, sentimenti e comportamenti che orientano il rapporto tra la persona ed i suoi ambienti familiare, sociale e professionale.

Lo Stato dell’Io, dunque, determina contenuto e modalità della comunicazione tra l’individuo ed il suo mondo.

L’A.T. chiama gli Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino ( le maiuscole distinguono gli Stati dell’Io da genitore, adulto bambino reali ).

Nel primo sono inclusi valori e comportamenti, riconducibili a figure parentali, appresi dall’individuo nel corso della sua infanzia ed adolescenza e che agiscono ancora nell’adulto.

L’Adulto è lo Stato dell’Io attraverso cui si analizzano i dati di realtà, si raccolgono informazioni scevre da contenuti emotivi o etici, si elaborano azioni e soluzioni sulla base di quel che effettivamente è la realtà del momento.

L’Adulto è la componente logico-razionale mediante la quale ogni individuo genera comportamenti adeguati al presente.

L’Adulto non è strettamente connesso all’età dell’individuo. Non si tratta, insomma, della logica adulta ma di una possibilità che appartiene all’individuo nelle diverse fasi della sua vita, anche infanzia ed adolescenza. Naturalmente lo Stato dell’Io Adulto di un ragazzo si manifesta con modalità diverse da

quelle attraverso cui si mostra l’Adulto di un adulto anagrafico.

Lo Stato dell’Io Bambino, custode di emozioni, sentimenti, percezioni, sensazioni, rimanda alla fase in cui l’individuo bambino, o infante, ha fatto il suo incontro con il mondo ( essenzialmente quello costituito dalle cure genitoriali ).

Il Bambino, dunque, è il luogo dei bisogni e desideri, della creatività e della fantasia, di una tensione verso vissuti passati mediata dal confronto con il presente.

L’ordine in cui sono presentati gli Stati dell’Io non esprime alcuna gerarchia di valore. Ognuno assume il suo specifico peso in funzione del contesto in cui la persona, in quel momento, si trova ad agire e delle soluzioni che esso favorisce.

Fatta questa premessa, mi interessa evidenziare che a volte mi è capitato di leggere ( articoli divulgativi sulla materia, discussioni in spazi virtuali, ecc ) in merito ad un accostamento, se non vera sovrapposizione, tra Stati dell’Io e la triade di freudiana memoria Es – Io – SuperIo.

In altri casi ho trovato il modello G-A-B ridotto alla stregua di un reticolo in cui incastrare, per spiegarli definitivamente, i comportamenti umani in particolare lì dove presentino inspiegabili incongruenze rispetto alla realtà.

Ritengo che sia l’una che l’altra interpretazione siano fuorvianti nei riguardi dell’effettivo valore del G-A-B.

Provo ad elencare, dal mio punto di vista, alcune differenze tra l’impostazione Es-Io-SuperIo e quella relativa ai tre Stati dell’Io.

Nel primo modello l’Io indica una sorta di controllore rispetto all’Es che si presenta come una variabile disgregatrice del comportamento umano. Es è sinonimo di Inconscio. E’ lo spazio intrapsichico a cui l’Io deve costantemente sottrarre “ pezzi” al fine di garantire la salute mentale della persona. C’è dunque un costante conflitto, tra Io ed Es.

L’Io, inoltre, ha il compito di contenere anche l’autoritarismo del SuperIo ossia di mediare la rigidità etica, che lo distingue, con la realtà del momento.

Da quest’ottica, credo, Es e SuperIo acquistano e mantengono un valore negativo che l’Io ha il compito di bilanciare per tutto il corso dell’esistenza. Si tratta, insomma, di un conflitto che non ha mai fine.

Gli Stati dell’Io, dal canto loro, presentano un doppio versante: negativo, quando il comportamento della persona assume direzioni conflittuali rispetto alle effettive esigenze personali.

Positivo, quando al contrario l’individuo agisce conformemente ai suoi bisogni e a quelli dell’ambiente ( affettivo, sociale, professionale ) che lo accoglie.

Gli Stati dell’Io possono manifestarsi, quindi, in modo disgregante ma possono anche produrre intimità, benessere, condivisione, confronto e non scontro, ascolto, apertura a sé e all’altro. Insomma sono capaci di favorire la relazione con sé stessi ed il mondo. Non rappresentano entità da conquistare o comunque da tenere a bada. Sono, tutt’al più, da educare.

In ciò consiste, tutto sommato, il compito dell’Adulto ossia della capacità propria ad ogni individuo di analizzare la realtà ( non solo del momento, come spesso si sostiene, ma anche un evento passato o una prospettiva futura ) ( il qui ed ora in cui viene collocato in genere l’Adulto indica dove è la persona adesso ma tale posizionamento non azzera il passato né elimina il futuro. Anzi li richiama, da essi deriva, li rafforza ) in modo autonomo rispetto ai condizionamenti emotivi e cognitivi derivanti dalla propria storia.

L’Adulto, cioè, non si muove contro la ipernormatività/iperaffettività genitoriale o contro la ribellione egocentrica del Bambino o il suo adattarsi preventivamente a richieste ambientali che mai gli pervengono. Non lotta. Orienta, invece. Sperimenta nuove strade per muoversi nel mondo non contro il passato e/o la paura del futuro bensì a partire/ nonostante quel passato e quellapaura del futuro.

L’Adulto, insomma, non è un conquistatore. Il suo obiettivo non è annullare il conflitto tra le diverse istanze caratteriali ma tradurlo in dialogo ( non sempre piacevole, ma almeno dialogo, ossia entrare in contatto, esserci, palesarsi uno all’altro ).

Il modello G-A-B utilizzato poi come spiegazione della complessità del comportamento è estremamente riduttivo, come spesso accade ad altri generi di spiegazioni.

Sostenere che un pregiudizio, ad esempio, sia riconducibile al Genitore ipernormativo in effetti non spiega nulla. E’ una descrizione, tutt’al più. E’ una tautologia. Non dice niente di più di quanto già si sappia.

Trasferire il significato di un comportamento incongruo all’azione di uno Stato dell’Io può rassicurare ( è tale e solo tale, spesso, il valore del significato ) ma non aiuta a comprendere il senso di quel comportamento. Di quella discrepanza tra azione/ sentimento/pensiero e realtà.

Gli Stati dell’Io, in effetti, a mio parere rappresentano il punto di origine per aprire la discussione su ciò che accade tra le persone quando comunicano. Non sono e non possono esserne il punto di arrivo. Rappresentano il primo passo verso la comprensione, non l’ultimo.

Date queste considerazioni, ritengo dunque che questo modo di tenere conto del modello G – A - B ne impoverisca il valore filosofico ovvero il suo esprimere una visione dell’individuo come essere in divenire, come persona in costante ( a volte suo malgrado) mutamento o comunque dotata delle risorse emotive/cognitive/comportamentali necessarie a produrre mutamento.

Il modello G – A - B descrive l’individuo come storia. Attraverso i suoi Stati dell’Io, dunque, ognuno manifesta la sua storia. Da questo punto di vista ogni comunicazione è narrazione di sé ed è tale, a volte, al di là dei contenuti che essa immediatamente veicola.

Tale connessione tra comunicare e narrare è il fondamento dell’ascolto e non solo di quell’ascolto a cui sono deputati coloro che ne fanno professione. E’ la base anche, e forse più, del comune ascoltare, di quella voglia di comprendere e farsi comprendere che accompagna, o dovrebbe accompagnare il nostro dialogo con gli altri in ogni momento.

venerdì 3 febbraio 2012

La disciplina del corpo



Se diventerete attenti al vostro corpo, inizierete ad avere una disciplina che non può essere definita disciplina.

Oggi i fisiologi affermano che il corpo, nel sonno, perde la sua normale temperatura, che scende di due gradi, per circa due ore. Può accadere tra le tre e le cinque, o tra le due e le quattro, o tra le quattro e le sei, ma tutti i corpi perdono due gradi di temperatura nella notte. In quelle due ore si ha il sonno più profondo. Se vi alzate in quelle due ore, per tutta la giornata vi sentirete disorientati. Potrete aver dormito sei, sette ore, non importa; se vi alzate quando la temperatura è più bassa, vi sentirete stanchi, assonnati e svogliati per tutta la giornata. Sentirete che vi manca qualcosa e sarete più disturbati. Il corpo si sentirà malaticcio.

Se invece vi alzerete esattamente dopo due ore, quando quelle due ore sono trascorse, quello sarà il momento giusto per alzarsi. Allora, vi sentirete perfettamente freschi, anche se avete dormito solo quelle due ore. Non sono necessarie sei, sette o otto ore, se dormite solo le due ore in cui la temperatura scende di due gradi, vi sentirete perfettamente felici e a vostro agio; per tutto il giorno vi sentirete colmi di grazia, di silenzio, di salute, di benessere e integri.

Tutti dovrebbero scoprire dove cadono quelle due ore. Non seguite alcuna disciplina esterna, perché quella disciplina può essere valida solo per la persona che l’ha creata… Dovete sperimentare il vostro corpo, i suoi modi, cosa gli va bene, cosa è giusto per voi.

Una volta che l’avrete trovato, vi sarà facile lasciargli spazio, e non sarà una forzatura, bensì sarà in sintonia con il corpo. In questo modo, non c’è nulla che sembri un’imposizione; non c’è lotta, non c’è sforzo.

Osservate, mentre state mangiando, che cosa vi va meglio.

La gente mangia ogni tipo di cose e poi si sente a disagio, e di conseguenza la loro mente ne resta coinvolta. Non seguite la disciplina di qualcun altro, perché nessuno è come voi, per cui nessuno può dirvi cosa può andar bene per voi. Ecco perché vi do solo una disciplina, cioè la consapevolezza del sé, la libertà.

Ascoltate il vostro corpo: in lui vi è molta saggezza. Se lo ascoltate, sarete sempre nel giusto. Se non lo ascoltate e continuerete a forzare le cose, non sarete mai felici; sarete infelici, malati, a disagio e sarete sempre disturbati, distratti e disorientati.

Godere il momento non ha nulla a che vedere con cose nuove. Godere il momento ha certamente qualcosa a che vedere con l’armonia.







Osho La Disciplina della Trascendenza ed. Bompiani

mercoledì 1 febbraio 2012

La dinamica dei gruppi

L’obiettivo di quest’articolo è sottolineare come lo schema teorico Vittima – Persecutore – Salvatore, ideato da Stephen Karpman, sia utile non solo per studiare le relazioni tra singoli individui ma anche per dare senso, in alcune circostanze, alle dinamiche di gruppo. Per tali si intendono, in estrema sintesi, le modalità con cui i suoi membri agiscono ed interagiscono per realizzare lo scopo, dichiarato e manifesto, da essi condiviso.

Per meglio definire il nostro campo di azione è opportuno specificare, anche se sinteticamente, alcuni concetti su cui si struttura l’argomento di cui ci occuperemo.

- Gruppo:

per tale si intende un evento relazionale e non solo quantitativo. Il gruppo, cioè, rappresenta il risultato di ciò che accade, in termini emotivi/ cognitivi/ comportamentali, tra le persone quando si mettono insieme sulla base di obiettivi comuni.

- Cosa distingue il Gruppo da altre forme di aggregati umani ( es. folla, pubblico, massa ) :

alto grado di interazione;

scopo comune;

identità comune;

alto grado di controllo ed organizzazione interni ed informali;

alto grado di consapevolezza di appartenenza al gruppo.

- Obiettivi:

le mete manifeste del gruppo sono diretta conseguenza della sua natura ( religione, politica, sport, ecc ) ossia del suo valore fondante.

L’obiettivo può essere transitorio ( un problema occasionale e specifico per la cui soluzione le persone si riuniscono ) oppure strutturale e persistente.

- I ruoli :

nel gruppo la relazione è tra ruoli.

Ruolo non è solo compito/ funzione ma anche veicolo di convinzioni, idee, opinioni, aspettative, motivazioni.

Il ruolo, punto di incontro tra soggettività e collettività, nasce dalla consapevolezza delle attese altrui nei propri confronti e di quelle proprie verso gli altri. Il comportamento di ruolo è il risultato dell’integrazione tra questi due tipi di istanze.

- La leadership:

spesso si confonde il leader con il capo. In organizzazioni di ridotte dimensioni le due figure coincidono ma in collettività più estese la separazione tra i ruoli è netta.

Il capo è chi stabilisce i compiti pertanto deve avere il polso delle capacità e delle attitudini, rispetto a quanto deve essere svolto, di ogni membro del gruppo. E’ colui che dice cosa fare, dove e quando, stabilisce le regole ed è attento affinchè esse siano rispettate.

Il leader definisce gli obiettivi rispetto ai quali si impegna a coinvolgere le energie materiali, morali e psicologiche proprie e dei membri del gruppo.

L’autorità del capo viene riconosciuta in base alla sua competenza.

L’autorità del leader è data dall’essere e dal fare.

La forza del leader è il carisma, sintesi di esempio/ competenza/ qualità morali, dote non sempre definibile in base alla pura logica in quanto contiene una forte componente emotiva.

- Il concetto di Triangolo drammatico:

Stephen B. Karpman, uno studioso statunitense, nel 1968 scrisse un articolo in cui indicava, nel triangolo drammatico, un modello comportamentale secondo cui le persone, quando si relazionano, spesso assumono una posizione esistenziale di Vittima oppure di Persecutore o di Salvatore. Tale collocazione si esprime attraverso un ruolo non dichiarato ma ad alto contenuto emotivo e simbolico.

E’ proprio questo ruolo, secondo l’Autore, che orienta nei fatti la comunicazione al punto che agire da Carnefice o Salvatore, oppure da Vittima, diventa spesso l’obiettivo prevalente della relazione nonché la sola modalità comportamentale riconosciuta come legittima.

Sia chiaro che ci riferiamo a meccanismi al di fuori della coscienza vigile e che poco hanno a che fare con i ruoli sociali ( è il motivo per cui sono indicati con l’iniziale maiuscola). Sono automatismi in cui ci si ascolta poco e si filtra attraverso i propri vissuti la realtà che a quel punto non è più un complesso di stimoli ambientali ma è essa stessa, da sola, l’esterno ed l’interno. Persecutore, Salvatore e Vittima, insomma, intendono tali sé stessi e gli altri a prescindere da ogni concreto esame di realtà.

Per giungere ad una migliore definizione della problematica di cui ci stiamo occupando è opportuno, a nostro avviso, effettuare ulteriori specificazioni.

Nella dinamica del triangolo drammatico la percezione che la persona ha del proprio ruolo, che sia di Vittima o Salvatore oppure Persecutore, è da distinguere da come la medesima posizione viene vissuta all’esterno.

Intendiamo dire che, ad esempio, un soggetto è capace di sentirsi Vittima in quanto ritiene di potere solo soggiacere agli eventi, di non possedere dunque alcun genere di risorsa per agire su di essi.

Nello stesso tempo, però, la passività che segue tale percezione di sé può essere sperimentata dall’esterno (il singolo o il gruppo con cui quella persona è in relazione continuativa o episodica) come un comportamento che si impone e non si propone, rispetto a cui, cioè, non c’è alcuna possibilità di confronto e trasformazione. E’ pertanto un modo di agire che determina, nel contesto relazionale, un blocco della comunicazione .

La dissonanza tra riconoscimento interno ed esterno del medesimo ruolo è ipotizzabile anche nella circostanza in cui il soggetto si senta Salvatore o Persecutore.

Consideriamo, a questo punto, la relazione tra il gruppo ed il suo leader alla luce delle precedenti argomentazioni.

Abbiamo già elencato quelle che sono le condizioni attraverso cui si realizza la leadership.

Tali circostanze rappresentano l’esito, oltre che di evidenti doti caratteriali della persona che si pone e si propone come leader, di una chiara consapevolezza del proprio ruolo rispetto al gruppo, delle istanze del collettivo verso la leadership e di quali richieste questa può rivolgergli, dati contesto e risorse ( tra cui inseriamo anche il grado di coesione interna ).

L’intervento, però, di variabili emozionali e cognitive impreviste ed indesiderate può generare, tra leader e gruppo, il medesimo meccanismo Salvatore – Vittima – Carnefice che si riscontra nei rapporti a due.

La tipologia delle dinamiche che in queste situazioni può prodursi è:

a) leader : Salvatore / gruppo : Vittima

Questo processo si realizza in genere quando il primo si percepisce non più come guida e riferimento bensì come sostituto di un collettivo vissuto aprioristicamente ( vale a dire senza conferme esperienziali ) inadeguato a tradurre in realtà gli obiettivi.

Da questo genere di percezione è ipotizzabile che derivi una leadership invasiva e pervasiva che sarà sperimentata, dal gruppo, come persecutoria, iper - critica e bloccante. Il leader, in sostanza, non guiderà più il collettivo ma si sostituirà ad esso.

b) leader : Persecutore / gruppo : Vittima

Tale evento relazionale si verifica, come già detto, come esito della circostanza precedente o quando il leader, spinto dalla svalutazione riguardo le capacità del gruppo, assume un atteggiamento giudicante allo scopo di alimentare la motivazione del collettivo verso la realizzazione della meta.

c) leader : Vittima / gruppo : Persecutore

E’ un mutamento di posizione che esprime la frustrazione avvertita dal primo se e quando avverte ( non necessariamente in base a dati concreti bensì a seguito di distorsioni cognitive quali, ad esempio, aspettative grandiose riguardo sé e/ o gli adepti ) di non essere apprezzato dal gruppo.

Una siffatta dinamica può essere anche l’esito della modalità b) . In ogni caso il leader sperimenta un senso di inutilità, disagio, demotivazione .

Qualsiasi tipo di dinamica si concretizzi tra quelle indicate, essa rappresenterà comunque l’esito della distorsione del ruolo della leadership, segno di una inefficace comunicazione tra vertice e gruppo .

Pertanto, così come nel caso delle relazioni a due, un riallineamento delle posizioni su livelli paritari , dunque dell’uscita dal triangolo drammatico, diventa ipotizzabile solo attraverso un ripristino dei canali comunicativi tra leader e collettivo.

In ogni caso, oltre l’elemento spiccatamente tecnico e pragmatico che caratterizza le procedure adottate, ogni conferma o variazione normativa necessita, quale sua inevitabile premessa, di un’amplificazione delle disponibilità e capacità del leader all’ascolto.

Ascoltarevuol dire, per chi è guida e riferimento, acquisire consapevolezza delle istanze manifeste, ma prevalentemente non manifeste, del gruppo ( quale insieme relazionale ) e dei suoi singoli membri .

L’ascolto dell’altro, che sia singolo o collettività, in ogni caso non può avvenire nel senso indicato se non come risultato della disponibilità e capacità, da parte del leader, a riconoscere, accogliere ed ascoltare le

proprie istanze (emozioni, sentimenti, percezioni, convinzioni, pregiudizi, motivazioni, aspettative) riguardo sé stesso/ a ed il gruppo.

Questa disponibilità, legata alle procedure esperienziali indicate, è, dal nostro punto di vista, il solo strumento adatto a prevenire o interrompere la dinamica Vittima – Salvatore – Carnefice in cui leader e gruppo possono a volte cadere, con esiti drammatici ( demotivazione, frustrazione, disagio ) sia sul piano personale che sociale.